Giovanni Iozzia: industria editoriale, giornalismo e intelligenza artificiale

Giornalista “per scelta”, Giovanni Iozzia ha una lunga esperienza nel campo del giornalismo economico e tecnologico. Dalla Sicilia a Milano, passando per gli studi di sociologia a Roma, è stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy. Oggi è direttore responsabile di Economyup.

Ha scelto di rifiutare un posto sicuro in banca per dedicarsi a quello che avrebbe sempre voluto fare: giornalismo. Dopo la gavetta in Sicilia, arriva a Milano, luogo in cui raccoglie molte soddisfazioni e in cui assiste al “lento ma inesorabile declino dei giornali e dell’industria editoriale come forma storica dell’informazione – racconta Giovanni Iozzia – ricordo un direttore che quando entrarono i primi pc in redazione, disse: tanto non cambierà nulla. Non aveva capito, o non aveva voluto capire, che invece tutto stava cominciando a cambiare”

Giovanni, scrivi principalmente di economia e tecnologia: come mai ti sei specializzato proprio in questi campi?

Un po’ per scelta, un po’ per caso, come spesso capita nella vita. Ho cominciato questo lavoro occupandomi di cinema e di spettacolo, dopo qualche anno di ricerche sociologiche sull’informazione all’Università di Roma, dove avevo studiato. Quando sono arrivato a Milano, però, era un momento felice per l’editoria economica e in quest’area ho avuto le migliori opportunità e, come si dice, ho fatto la mia carriera, con un’imprevista ma istruttiva parentesi nel giornalismo di gossip. 

La scoperta della tecnologia è stata inevitabile, facendo questo lavoro. Ho seguito con interesse l’arrivo di Internet e la New Economy della seconda metà degli anni Novanta, quando ero direttore di Capital: quante sciocchezze ho visto fare da editori e aziende di fronte allo scoppio della cosiddetta bolla del 2000! Mi sono appassionato al mondo delle nuove imprese tecnologiche, le cosiddette startup, quando ero condirettore di Panorama Economy. Così, quando ho chiuso la mia esperienza nell’editoria tradizionale, ho fondato un sito dedicato all’ecosistema delle startup e dell’innovazione: EconomyuUp.it. L’economia vista con gli occhi di chi guarda al futuro e non rimpiange al passato. L’economia che può crescere grazie all’uso consapevole delle tecnologie digitali. È stata ed è un’esperienza bellissima: perché ho imparato a conoscere un ambiente positivo, dove circolano entusiasmo e talento, e ne sono rimasto contagiato.  

Il giornalismo cartaceo, salvo qualche eccezione, non sta benissimo. Ci sono ottimi giornali online ma allo stesso tempo, nella società digitale, siamo bombardati da fake news e giornalismo di bassa qualità. La figura stessa del giornalista è sempre meno credibile: come si esce da questa impasse, secondo te?

Solo in avanti. E non è una battuta. Il 17° Rapporto sulla comunicazione del CENSIS, I Media dopo la pandemia, mostra quanto l’accelerazione digitale degli ultimi 18 mesi abbia accentuato la marginalizzazione dei giornali di carta nella dieta mediatica degli italiani (e non solo, va detto). L’editoria, così come è venuta configurandosi dalle prime gazzette dell’Ottocento, è un’industria che non funziona più e che non è stata capace di trovare una nuova sostenibilità economica. Forse è troppo tardi, perché ha aspettato troppo tempo per cambiare davvero e nel frattempo sono arrivati sul mercato nuovi player e nuovi modelli di consumo dell’informazione.

Le fake news e il giornalismo di bassa qualità ci sono sempre stati, semmai il digitale ne ha amplificato la diffusione e quindi l’effetto. Ma il digitale ha anche fatto saltare il piedistallo dove ci ergevamo noi giornalisti, forti delle nostre convinzioni e delle nostre visioni al punto di dimenticare quelle dei nostri “clienti”, i lettori. In tutte le industry da anni si parla di customer centricity. Quanto l’editoria, e i giornalisti, si sono davvero preoccupati dei loro clienti? La prima via per uscire dall’impasse, quindi, è cominciare a farlo. Non è facile e può portare sorprese sgradevoli ma è un passo necessario contemporaneamente a una corretta individuazione del valore del giornalismo e di chi è disposto a riconoscerlo. Possiamo credere e accettare che sia solo lo Stato con le sovvenzioni pubbliche? 

Un tuo articolo su Forbes di qualche mese fa parla di algoritmi che scrivono news. Il pezzo si chiude con le parole dell’intervistato che dice “gli algoritmi non fanno inchieste né interviste”. Per ora, mi viene da dire. Come può conciliarsi il ruolo del giornalista con gli sviluppi sempre maggiori dell’intelligenza artificiale? 

L’articolo a cui fai riferimento è un’intervista a un imprenditore che sta investendo con successo sull’intelligenza artificiale per la produzione di contenuti. Spesso si fa confusione o si usano in maniera intercambiabile termini diversi come notizie, informazione, contenuti, che non hanno una sola definizione univoca. Le previsioni del tempo non sono forse informazione? Per chi lavora in campagna addirittura più importante di tante altre. Le schede prodotto dei siti di e-commerce sono contenuti molto più necessari di tanti articoli di giornale, se ben fatte. Possono essere prodotti da un algoritmo? Assolutamente sì, come del resto i resoconti di Borsa o sui bilanci delle società. Dobbiamo accettare l’idea che un’intelligenza artificiale possa “trovare” notizie “invisibili” a noi umani, analizzando in tempi ridotti enormi quantità di dati.

Informazione, del resto, è un concetto forte della cibernetica e la teoria dell’informazione, appunto, prevede l’analisi di segnali con l’obiettivo di ottimizzare il processo, per garantire il massimo di dati trasmessi al minimo costo alla più alta velocità consentita del canale, con il pieno controllo degli errori. Non sembra il programma di un progetto editoriale? Ma lasciamo perdere le provocazioni. Quel che voglio dire è che l’Intelligenza Artificiale è un prodotto dell’uomo, almeno finora e per molto tempo ancora, come hanno dimostrato alcuni esperimenti estremi finalizzati a creare algoritmi cattivi. Ed è uno strumento che può essere di grande aiuto per quei professionisti, giornalisti compresi, che saranno in grado di controllarlo e potranno farlo solo se ne comprenderanno potenza e limiti. Quindi avanti con i bravi giornalisti che sapranno utilizzare i big data per fare inchieste finora impossibili o giornalisti che avranno capacità di analisi ed empatia tali da poter scrivere interviste uniche. La domanda, semmai, è: chi sarà disposto a pagarli?

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