Sul Nobel in fisica a Giorgio Parisi

Francesco Vissani condivide una riflessione riguardo l'ultimo premio Nobel per la fisica, assegnato a Giorgio Parisi

Negli anni scorsi, il premio Nobel in fisica ha offerto occasioni per accesi dibattiti. Non mi riferisco solo alla perdurante assenza di riconoscimenti per i nostri concittadini, che finalmente si è interrotta, ma anche a due caratteristiche tipiche, seppure non tassative, di questo prestigioso premio. Il Nobel riconosce individui singoli, per qualcuno questo è frutto di una impostazione superata dai fatti della storia; ciononostante, nel corso degli anni, il premio ha preso posizione sui grandi temi che riguardano l’umanità, in modo sempre più convinto, elemento che non gli ha risparmiato accuse di operare scelte ideologiche.

Il secondo carattere è lampante nell’ultimo premio Nobel per la fisica, quello assegnato appena pochi giorni fa. In effetti, la capacità di discernere una qualche forma di ordine in sistemi complessi e caotici (Parisi) e gli espliciti riferimenti ai meccanismi del riscaldamento globale (Manabe e Hasselmann) ci rimandano a problemi attuali ed urgenti. I risultati di Parisi, che pure son meno immediatamente leggibili in termini applicativi, hanno un carattere più profondo, ed hanno consentito di intraprendere nuove e feconde linee di ricerca. A prima vista, quei temi potrebbero essere considerati meno esposti agli umori del dibattito politico, ma in pratica, non è per niente chiaro che lo siano davvero. A scuola ci raccontano che fu lo stesso Euclide – un matematico! – ad intimare al re Tolomeo che non esistono vie regie alla geometria; qualcuno crede che nei rapporti tra scienza e potere le cose siano cambiate da allora?

Giorgio Parisi ha parlato in molte occasioni di un grande scienziato del nostro passato, Vito Volterra, che come lui era un matematico abilissimo, si spese in studi preziosi per la sua nazione e per l’umanità, fu presidente dei Lincei (e inoltre, fondò il CNR – che è stato importante per Parisi almeno quanto l’INFN – nutriva vivaci interessi interdisciplinari e si laureo molto presto – proprio come Parisi – ecc.: le similitudini sono impressionanti). Volterra visse tempi più duri di quelli in cui noi viviamo, e pagò degli enormi prezzi, per poter rendere testimonianza della propria integrità e fede nella nostra nazione.

Ma anche il neo-Nobel si è trovato in urto con la politica. Per esempio, quando Parisi ha argomentato, in vari interventi anche scritti, certe ragioni di perplessità verso la riforma del sistema dell’istruzione, università e ricerca, che vige nel nostro paese ormai da una dozzina di anni, anzi, mi sembra sia stato tra i pochi ad esprimere con chiarezza e sin da subito un fermo disaccordo. Anche nel suo primo discorso pubblico in occasione del Nobel, ha ribadito l’importanza di un maggior impegno nei confronti della ricerca nel nostro paese, e la speranza che chi lo guida oggi si mostri più attento di chi l’ha fatto in passato.

Sarebbe anche troppo facile per (alcuni) concittadini commentare “tutti vogliono i soldi” oppure “i potenti pensano solo a sé stessi”. Il fatto è – e lo sappiamo tutti – che le stesse parole possono assumere un senso completamente diverso, se dette da persone diverse. Non serviva certo il premio Nobel per certificare la reputazione e la credibilità di una persona come Parisi, che invece di subire gli effetti delle mode scientifiche si è continuamente e generosamente rinnovato, che ci ha dato infinite testimonianze di dedizione ed amore verso i suoi studi, e – diciamolo pure – che ha ottenuto i risultati che ha ottenuto. Di una persona che ancora oggi continua a fare lo scienziato, invece che pensare a fare il capo di altri colleghi. Non è ragionevole prendere con leggerezza o addirittura ignorare le cose che ci dice, sulla scorta di tanta esperienza e tanta sapienza. E con questo, siamo arrivati a ragionare sul primo criterio di scelta del Nobel: premiare di regola gli individui piuttosto che i gruppi organizzati. Parisi è, innegabilmente e oltre ogni dubbio, un individuo, una persona nel senso più nobile possibile, che si prende i rischi di quello che fa e ne paga le conseguenze, che porta avanti un’idea e una linea di pensiero, e potremmo addirittura azzardare a dire, non solo un matematico fuoriclasse, ma uno scienziato guidato da una chiara visione filosofica. In fondo, dietro i suoi primi studi sulla teoria delle interazioni forti, quelli sui sistemi complessi, e dietro l’impegno a realizzare innovativi computers dedicati allo studio di tematiche scientifiche, c’è sempre l’idea che il tutto sia superiore alla somma delle parti. Come scrisse in un bell’articolo di divulgazione su “Newton”: per costruire un palazzo, non basta conoscere le caratteristiche dei mattoni, dobbiamo avere anche nozioni di architettura. Le idee di Parisi stanno indicando alla fisica delle particelle (direi addirittura all’atomismo) delle importanti direzioni di sviluppo e di rinnovamento.

E vorrei sottolineare che il suo `è il primo Nobel del dopoguerra, dopo quello di Natta del 1964, assegnato per ricerche svolte proprio in Italia. Ricerche che nascono da una tradizione, che annovera tra gli altri il suo mentore Cabibbo, Bruno Touschek prima di lui, e tanti altri ancora.

Il Nobel in fisica di quest’anno è stato assegnato molto bene. Grazie Giorgio Parisi, per essere lo scienziato e la persona che sei. Grazie per essere un faro luminoso di scienza e di civiltà, della nostra nazione e del mondo intero.

Francesco Vissani, INFN, Laboratori Nazionali del Gran Sasso

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