Social, lavoro e giornalismo: intervista a Osvaldo Danzi

Osvaldo Danzi è impegnato da anni nel campo delle risorse umane, attraverso un approccio non convenzionale in cui “persone, idee, etica e progetti vengono prima di bilanci, numeri, slide e investimenti”. Social e community online sono una sua grande passione, unitamente al giornalismo: ha fondato Fior Di Risorse, community online di manager e imprese che conta migliaia di iscritti, e ha collaborato con varie testate e blog, scrivendo principalmente di lavoro.  

Abbiamo parlato con lui di social, tecnologia e del futuro del giornalismo.

Ciao Osvaldo. Tu sei principalmente conosciuto per il tuo lavoro nel campo delle risorse umane – o Umane Risorse, come le definisci. Ma sei anche giornalista e speaker: come è iniziata e qual è la tua attività nel campo dell’informazione?

Per me la scrittura è una fissazione unitamente a una grande curiosità e ad una forte allergia all’informazione “mainstream”. Motivo per cui approfondisco, cerco fonti e smaschero bufale sui temi del lavoro. La mia è una formazione umanistica prestata alle Risorse Umane che ha fatto sì che alimentassi sempre di più la mia voglia di scrivere, e ho trovato nei temi del lavoro la mia nicchia ideale, in cui mi sento anche preparato, aggiornato e fortemente in controtendenza a quello che vorrebbe essere il pensiero “industriale”. Fortuna vuole che il lavoro è poi un tema comune a tutti e quindi in breve ho trovato un pubblico molto attento e disponibile a seguirmi.
Ho iniziato collaborando con alcuni blog, poi con Wired Italia, ogni tanto scrivo per Harvard Business Review, tantissime prefazioni di libri e oggi anche un giornale di cui sono editore: Senza Filtro.

I giornali, specie quelli cartacei, sono in crisi ormai da anni. In più, la pandemia e l’incessante bisogno di notizie sembra aver dato il colpo di grazia ai giornali stampati, sempre un passo indietro alle edizioni online. Nel contesto mediatico veloce e digitalizzato in cui ci troviamo, che destino hanno i luoghi fisici della “vecchia informazione”. Penso, ad esempio, alla sopravvivenza delle edicole.

L’editoria è in crisi e la carta ancora di più. Ma dietro questa crisi economica ce n’è una ancor più grave che è sociale: le Persone credono che l’informazione sia gratuita. Siamo abituati ad aderire a social e piattaforme varie, a programmi fedeltà e servizi senza mai leggere le condizioni d’uso. Questa abitudine oltre ad essere molto superficiale e pericolosa per la semplice gestione dei nostri dati, ci sta abituando a ricevere informazioni preconfezionate senza conoscerne le fonti. L’informazione on line è molto rischiosa proprio per questo: da una parte non sappiamo da dove provenga, dall’altro è fortemente legata a motivazioni commerciali. I giornali in qualche modo invece hanno un “indirizzo” preciso, un nome e cognome di chi ha scritto l’articolo e quantomeno sono verificabili le fonti. A questo aggiungiamo che “comprare” un giornale significa sostenere qualcuno che fa ricerche, che approfondisce e che ha (si spera) studi e competenze adeguate per svolgere questo mestiere. A differenza di nugoli di improvvisati e batterie di soggetti non ben identificati che vengono chiamate a riempire di “non contenuti” i blog e i post sui social a scopo politico o commerciale, i cui “mandanti” (agenzie di comunicazione, raccolta dati, osservatori economici, aziende) sono coloro che sostengono quel lavoro. Quanto di più lontano dall’informazione.

Il ruolo del giornalista può ancora essere considerato cruciale nella scelta dei contenuti, in un ambiente mediale in cui sono i dati e gli algoritmi a dettare l’agenda e a selezionare per noi?

Il giornalista dovrebbe essere l’unico intermediario fra il dato e il lettore. È il filtro che acquisisce il fatto e lo trasforma (o non lo trasforma) in informazione. Si parla già di chatbot e robotica dell’informazione, Mr. Bezos ha investito milioni di dollari per rilevare e informatizzare il Washington Post, uno dei giornali più storici e influenti d’America. Non sono un tradizionalista ma credo che il giornalismo stia per imboccare una strada che non ha niente a che fare con l’informazione, ma piuttosto con la manipolazione. Le conseguenze sono già sotto gli occhi di tutti, dalle elezioni americane a certi fenomeni politici che stanno accadendo nei Paesi del Sud America e del Medio Oriente.

L’orizzontalità della comunicazione social permette un’interazione fra giornali e pubblico che secondo il vecchio modello giornalistico era impossibile, dando la possibilità di creare community estese fra giornalisti e lettori: secondo te quanto è importante questo aspetto?

Le community sono un aspetto molto interessante e direi anche necessario per una vera democrazia. I giornali oggi sanno che possono essere smentiti, messi in discussione. Fino a qualche anno fa bastava che “lo dicesse il giornale” affinché una notizia o una persona potessero essere considerate autorevoli. Però attenzione; io tutte queste community fra giornalisti e lettori non le vedo. Vedo un grandissimo social-bar dove ognuno può dire la sua e spesso si tratta di opinioni senza alcun fondamento o logica. Senza dover sempre citare Umberto Eco, credo che certe piazze social(i) nascondano una grandissima ignoranza di fondo.

Allo stesso tempo sui social la proliferazione di testate e pagine che diffondono notizie false o distorte, titoloni di giornali a caccia di click, contenuti poveri o pubblicità velate, così come certa comunicazione politica, hanno delegittimato il ruolo del giornalista. Come può il giornalismo riacquisire la credibilità persa in questi anni?

Gran parte del giornalismo ha perso credibilità proprio perché i giornalisti si sono svenduti ad una parte politica o ai propri investitori, così come i giornali hanno totalmente perso la loro autonomia legandosi commercialmente ai propri inserzionisti. A questo aggiungiamo che il settore dell’editoria in Italia è governato da un pugno di persone e che queste hanno alle spalle industrie o partiti politici…

Gli umani sono condizionabili, sono lenti e sbagliano: le macchine no. Bot e intelligenza artificiale, in alcune realtà, sono già utilizzati in redazione. Questo comporterà la scomparsa del “giornalista umano” o c’è un margine di sopravvivenza per la professione?
Se sì, qual è?
Credo che il giornalista “in penna ed ossa” sarà una figura rivoluzionaria, necessaria per una nuova resistenza. Quando le informazioni saranno completamente realizzate da macchine e gli editori puri saranno definitivamente scomparsi, chi si dedicherà a diffondere informazione libera dovrà essere considerato un eroe. C’è piuttosto da chiedersi se, quando sarà terminato questo processo di digitalizzazione, sentiremo ancora la necessità di informarci oppure se saremo ormai totalmente condizionati da app, bot, navigatori, scatole con cui parlare entrando in casa e crederemo che quella sia la vera libertà.

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