Grande Fratello ESG

C’è un mare sconfinato di liquidità che gira per il mondo alla ricerca delle migliori – e più redditizie – occasioni. E c’è un filone che lancia segnali forti e chiari e su cui ci sono ormai pochi dubbi: puntare sulla sostenibilità guidati dagli ESG. Grandi opportunità certo ma anche il rischio di cadere nella trappola del green washing: Rodolfo Fracassi con la sua Mainstreat da Londra però ha una ricetta digitale

Per chi seleziona fondi e gestisce portafogli l’allargamento dell’universo degli investimenti è una buona e una cattiva notizia allo stesso tempo. Se da un lato si può costruire un portafoglio diversificato ESG senza avere un’esposizione eccessiva verso singoli temi, settori o aree geografiche, dall’altro è sempre più difficile distinguere i fondi e gli asset veramente sostenibili da quelli che di ESG hanno solo l’etichetta. Anche la regolamentazione si sta adattando a questa evoluzione, da una parte creando una tassonomia comune (pensiamo a Bruxelles), dall’altra chiedendo alle grandi aziende e investitori istituzionali di riportare su base annua i risultati extra-finanziari. Quindi è importante (e si può provare) a valutare le dimensioni sociali, ambientali e di governance non solo in sede di misurazione ex post ma anche in fase di valutazione degli investimenti.

Ma come valutare il livello di sostenibilità di un fondo o di una strategia d’investimento? Convegni, dichiarazioni, post, tavole rotonde e bilanci non finanziari hanno esaurito la spinta propulsiva (magari un po’ washing) e adesso servono fatti non parole per dare agli investitori o ‘semplicemente’ risparmiatori, informazioni attendibili e verificabili.

Come si fa? C’è un risolutore di problemi, nella veste di Rodolfo Fracassi di Mainstreet, italianissima socialità di analisti con la testa (e la sede) nella City ma il cuore e i servizi in Banca Generali:  “La maggior parte delle analisi oggi si sofferma sulla “sostenibilità istantanea”, rappresentata dall’analisi delle singole posizioni detenute in portafoglio in un preciso momento, tralasciando fattori fondamentali legati alle altre dimensioni che invece tipicamente sono valutate nel corso di una due diligence finanziaria e che permettono di ottenere una valutazione completa e soprattutto duratura. Per questo, abbiamo lavorato nel corso degli anni per mutuare l’approccio di valutazione finanziaria delle strategie d’investimento ed estenderlo agli aspetti di sostenibilità applicando lo stesso livello di profondità e dettaglio nel valutare anche la componente ESG. La nostra metodologia proprietaria poggia su tre pilastri. In primis, valutiamo la sostenibilità della società di gestione e del team d’investimento, poi valutiamo il livello di integrazione delle variabili ESG nel processo d’investimento ed infine le posizioni detenute in portafoglio”.

Già così ci sentiamo rassicurati: la sostenibilità non è un trend ma un processo economico e come tale soggetto alle regole e ai criteri che regolano il mercato. Siamo lontani anni luce dalla retorica sulla sostenibilità e anche nel linguaggio si vede. “Altri due aspetti vanno sottolineati: da una parte è importante che il sistema di valutazione sia il più oggettivo possibile, limitando il livello di giudizio soggettivo che il singolo analista può applicare alla valutazione. Nel nostro caso, abbiamo elaborato un sistema composto da quasi 100 domande che coprono tutti gli aspetti presentati in precedenza e per ognuna di queste sono state preimpostate 5 risposte basate su parametri il più possibile quantitativi, in modo tale che si riduca il livello di intervento individuale. Dall’altra si deve mantenere un buon bilanciamento tra i singoli fattori della valutazione, così che il giudizio finale non sia influenzato in modo prevalente da un fattore singolo”. 

Il vero punto non è applicare un giudizio bianco o nero ma mappare su una scala precisa i diversi livelli di sostenibilità delle strategie tra cui gli investitori possono scegliere, cosi come è possibile farlo a livello finanziario sia in fase di selezione degli strumenti e costruzione dei portafogli che anche in sede di misurazione dei risultati extra-finanziari. La vera sfida per il mondo della finanza è quella di passare da un quadro di riferimento promosso da un’organizzazione internazionale ad un vero e proprio stile di gestione del portafoglio. Per farlo, è importante riconoscere che gli SDGs possono fungere da catalizzatori dei valori dei singoli investitori. In particolare, gli investitori privati possono investire in uno o più SDGs per contribuire attivamente allo sviluppo sostenibile del pianeta. Integrare gli Obiettivi negli investimenti sostenibili significa quindi investire in aziende che intenzionalmente adottano pratiche di sostenibilità e/o offrono beni e servizi con un impatto concreto sui singoli SDGs.

Per contribuire positivamente agli SDGs è possibile investire sia in titoli diretti (azioni, obbligazioni) che in fondi. Ad esempio, un’azienda che si occupa di energia rinnovabile contribuirà positivamente agli SDGs numero 7 (“Energia Pulita e Accessibile”) e 13 (“Lotta contro il cambiamento climatico”) ma anche all’SDG numero 3 (“Salute e Benessere”), per la correlazione tra salute e qualità dell’aria. Un investitore attento alle buone pratiche aziendali sulle pari opportunità e all’inclusione sociale potrà invece investire in strumenti finanziari che contribuiscono agli SDGs 5 (“Uguaglianza di Genere”) e 10 (“Riduzione delle disuguaglianze”). L’investitore privato può scegliere dunque a quale SDG vuole contribuire selezionando gli strumenti più adatti. Questo ci dimostra come gli SDGs siano in grado di offrire un supporto importantissimo nel dialogo con il cliente, al fine di individuare i temi d’investimento che più si avvicinano ai valori individuali e raggiungere così allo stesso tempo obiettivi finanziari ed extra-finanziari. Grazie alla loro praticità, ci aiutano a definire in modo più dettagliato gli obiettivi e riportare meglio i risultati. Peraltro, data la molteplicità e trasversalità degli SDGs, è possibile costruire portafogli completamente allineati alle tradizionali logiche finanziarie e che allo stesso tempo puntano al raggiungimento di uno o più SDGs in modo concreto”.

Non è una leva che solleverà il mondo, ma la finanza sostenibile. Siamo sulla buona strada anche perché chi si occupa del navigatore giusto.


Rodolfo Fracassi

Fonda MainStreet Partners nel 2008 per investire in business capaci di generare rendimenti finanziari e impatto positivo sulla società e sull’ambiente.

In precedenza, è stato Executive Director presso Goldman Sachs Asset Management, incaricato di sviluppare il business e strutturare portafogli per investitori istituzionali e private banks nell’area del Sud Europa.

Rodolfo ha ricoperto un simile ruolo presso Franklin Templeton Investments, co-gestendo la divisione rivolta agli investitori istituzionali italiani. Ha lavorato anche presso Salomon Smith Barney nel desk derivati e ha iniziato la sua carriera professionale come analista presso la Italian Trade Commission di Hong Kong.

È laureato presso l’Università Bocconi di Milano.

Rodolfo è Chartered Financial Analyst, già membro dell’ “Italian Advisory Board” al G8 per impact investing, membro della UK CFA Society e membro del Board della Fondazione Opes.

Appassionato ciclista, ha preso un anno sabbatico nel 2007 per realizzare il suo sogno di attraversare il Sud America in bicicletta, da Quito in Ecuador a Ushuaia in Argentina, passando per Peru, Bolivia e Cile.


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