I quattro problemi della “fatica da Zoom”

Da poco più di un anno è incrementato, a livello esponenziale, l’utilizzo massivo delle piattaforme virtuali (famosa ormai Zoom) per svolgere da remoto lezioni, riunioni e chi più ne ha più ne metta.

I dati Eurostat 2018 hanno dimostrato che solo il 2% degli italiani che lavorano per imprese o istituzioni pubbliche utilizzavano regolarmente una modalità di lavoro agile, contro la media europea dell’11,6%. Nella prima parte del 2020, però, sono state molte le aziende chiamate alla sfida dello “smart working forzato”.

Per il singolo lavoratore, tutto questo si traduce in qualcosa di più della semplice riorganizzazione a casa delle medesime attività che prima venivano svolte negli uffici: significa tentare di conciliare la vita professionale con quella privata. Per non parlare del fatto che sia la comunicazione non verbale a trasmettere la maggior parte delle emozioni, proprio quella che viene a mancare oggi se si “dialoga” attraverso uno schermo.

Infatti se all’inizio sembrava quasi “divertente” questa nuova tipologia di lavoro alla lunga si sta rivelando una situazione piuttosto scomoda. I ricercatori dell’Università di Stanford hanno da poco pubblicato uno studio che propone quattro diversi aspetti della “fatica da Zoom” (zoomfatigue), ovvero “quell’insieme di stanchezza, stress e straniamento che capita di provare dopo aver passato ore a parlare a uno schermo”. Lo studio propone anche delle soluzioni concrete.

Il primo aspetto individuato è il contatto visivo, infatti durante le chiamate siamo costretti a guardarci incessantemente e in porzioni innaturali in base agli strumenti che vengono utilizzati. Il secondo è inerente all’osservare costantemente se stessi mentre si parla, cosa a cui non si è abituati; inoltre vedersi non aiuta sicurezza e autostima. Dover stare inchiodati alla scrivania molto più spesso del solito riguarda invece il terzo problema. In ultima istanza, la fatica cognitiva risulta essere molto più alta di quella richiesta dalle normali interazioni personali, costringendoci a modificare e migliorare le proprie strategie comunicative.

Per informazioni più dettagliate, visitate l’articolo di Internazionale.

Trovate qui tutti gli articoli deAretè.